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michil Venerdì, 1 Giugno 2018

Lo spritz: che tristetz

Viva la bellezza, della natura e delle persone
Lo spritz: che tristetz
 
 
 
La mancanza di buona educazione, sbraitare ad alta voce, omettere un grazie o un prego sono cose assai comuni purtroppo, però c’è sempre un però...
“Uno spritz, cameriere", urla un giovanotto in direzione del banco bar ancor prima di sedersi. Prima lui e poi la sua ragazza prendono posto di fronte a me, all’esterno del music bar del luogo già frequentato dagli etruschi, noti gaudenti. Arriva lo spritz. "Due patatine" dice il giovanotto a Stefano, barman di lungo corso. Quel ragazzo dev’essere uscito da un romanzo dell’Ottocento, tempi in cui i nobili non si degnavano di dire né prego né grazie alla servitù. La mancanza di buona educazione, sbraitare ad alta voce, omettere un grazie o un prego sono cose assai comuni purtroppo. E nemmeno deve scandalizzarci la richiesta di uno spritz moderno, quello fatto con la bevanda che inizia con Ape e finisce con ol, anche se per un professionista del bar servire un aperitivo storico, classico, oppure una specialità della Casa darebbe sicuramente maggiore soddisfazione rispetto al dispensare quella bevanda di gran moda che imperversa ovunque. Il giovane che prende posto prima della ragazza, occhi fissi sul telefonino, non curandosi minimamente di aiutarla a sedersi, non lascia interdetto il sempre sorridente Stefano, ormai abituato a simili comportamenti. Ciò che davvero è strano è che in quel momento la vista magnifica che offre quel lembo di terra, i due ce l’hanno alle spalle. Sono seduto a un tavolino poco distante dalla curiosa scenetta: il Martini dry perfettamente calibrato, magistralmente miscelato e accompagnato da una superba, carnosa oliva lucchese, l’oliva Santa Caterina, rende, se mai fosse possibile, ancora più prezioso il momento. Il mio momento. Sì, perché per quei due, il momento è altro. Sono con i pensieri chissà dove, non certo proiettati sul quel Patrimonio dell’Umanità. Mentre i raggi di sole del tardo pomeriggio illuminano le colline, rivelandone la loro dolcezza, i due giovani si sono seduti in direzione del muro. Forse perché il nulla del muro è più semplice da contemplare rispetto all’immensità di una natura stupefacente. Su questo rifletto, ed è in quell’istante che altre due persone si siedono. La scena è quasi identica a quella di prima: due spritz, telefono in mano e le sedie rivolte verso l’interno del locale. Non voglio lasciarmi coinvolgere dalla mancanza di sensibilità delle persone. Ma quando poco dopo arriva un gruppo di signori di una certa età, sono in sei, e nessuno di loro nota i cipressi perfettamente allineati, poco distanti, in quello scenario di grande maestosità, e una luna piena lievemente rosata che sale nel cielo, proprio dietro la torre di Radicofani, allora veramente capisco: la bellezza è anche negli occhi di chi guarda. La bellezza corrisponde all’autenticità del destino umano, un destino che presuppone il dato imprescindibile della nostra libertà.

L'imperdibile omelia domenicale di Don Luca nella chiesetta dedicata a Santa Caterina da Siena a Bagno Vignoni il giorno dopo, conferma i miei dubbi: quante volte vediamo e non guardiamo. Quanto parliamo, parliamo e non udiamo. Oppure sentiamo e non ascoltiamo. Quante volte non abbiamo la capacità di essere consapevoli di quello che accade. Delle belle cose che ci succedono intorno. Un tramonto con il sole che cala è un bene immateriale che non potrebbe essere pagato con nessun bene materiale. E c’è anche chi lo mette in dubbio. O è così distratto dal nulla imperante che nemmeno se ne accorge.

Il giorno dopo mi alzo la mattina presto, esco a piedi camminando verso il sole che nasce. La nebbia sale leggera dai colli e là, in cima, tra il filare di cipressi e il casolare le vedo: sono due coppie immobili a contemplare lei, l’alba, riccioli belli. Prendo speranza, c’è chi guarda davvero l’infinito oltre la siepe, chi contempla la bellezza. Chissà mai che non siano proprio le coppie del giorno prima. Forse li ho giudicati frettolosamente, preso dalle mie inquietudini quotidiane. E per darmi una speranza mi dico che siamo fatti di attimi, circostanze, momenti e tutto corre veloce. Poi incontro delle persone non più giovani, zaino in spalla, li saluto: sono in sei. Seguiranno la via Francigena fino a Roma. A piedi. Pellegrini del contemporaneo. Forse sono quelli della sera prima seduti al Barrino. Mi piace immaginarlo, mi piace sperarlo. Forse sono stato troppo frettoloso nei miei giudizi. Ed è proprio vero, di questi tempi la bellezza si colloca agli antipodi di una realtà con la quale dobbiamo fare i conti. Viva la bellezza dunque: della natura e delle persone.

michil
 
 
 
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