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Argomenti:     Casa & La Perla (87)    Cultura & Tradizione (25)  
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michil Domenica, 1 Aprile 2018

L'albergo che vorrei

Un buon albergo ti alberga. E dev’essere meglio di casa propria. Dev’essere un rifugio dalla vita domestica.
L'albergo che vorrei
 
 
 
"Venite, presto, sto bevendo le stelle!" (Dom Pérignon)
“Mi dia i documenti”. No, non siamo appena stati fermati da una pattuglia della Volante. Abbiamo solo varcato la soglia di un albergo in Italia. Il documento la mia signora ce l’ha nella borsetta che è ancora in auto. Mi sento in colpa, non mi arresteranno mica? “Ha fatto buon viaggio?” me lo dicono tre volte, in rapida successione, come degli automi. È stata una giornata di traffico da bollino rosso, ed è come chiedere se ha dormito bene a una persona che fa il turno di notte.
Nell’albergo che vorrei non esiste nessun bancone tra me e chi mi accoglie. Quello che vorrei è un bicchiere d’acqua fresca all’arrivo, magari profumata con una scorza di limone o con un pino mugo. E non vorrei firmare niente, vorrei solo guardarmi intorno e godere dell’inizio del mio soggiorno.
Nell’albergo che vorrei mi piacerebbe che ci fossero rubinetti a basso consumo di acqua, che le risorse energetiche provenissero da fonte rinnovabile, che l’ascensore si usasse solo ed esclusivamente se davvero necessario. E vorrei una camera sì con le comodità che la tecnologia ci può regalare, ma semplice da usare per chi come me si trova in difficoltà di fronte a sistemi troppo complessi: tre interruttori, uno per le luci soffuse, uno per l’illuminazione completa e uno che accende la luce sopra il comodino. E vorrei che le prese per il mio telefono non fossero sotto la scrivania o dietro la tivù. Tempo fa i miei genitori si prendevano il tempo di alloggiare in ogni camera di Casa La Perla, perché è solo vivendo la camera che le più semplici scomodità riescono a rivelarsi.
Nell’albergo che vorrei, mi piacerebbe che i collaboratori mi guardassero negli occhi, mi piacerebbe sentire un “buon giorno” detto con partecipazione, e allora sì che lo prenderei come un buon giorno vero, sincero, di cuore. E vorrei altri ospiti come me che non solo guardano, ma che apprezzano nell’animo i fiori freschi, le tovaglie di lino, il pavimento lucidato, i mobili antichi, l’arredo scelto con gusto. Di giorno vorrei una profumazione delicata e al mattino vorrei sentire il profumo di caffè e cioccolato e vorrei musica di sottofondo, scelta con cura. Oppure anche solo un po’ di silenzio. E per favore, almeno al mattino, non fatemi sentire gli squilli dei telefonini!
Nell’albergo che vorrei, sarebbe stupendo non vedere un ammasso di lamiere su quattro ruote davanti all’entrata. Nell’albergo che vorrei, risparmiatemi il “con limone o senza?” quando chiedo un tè. Piuttosto chiedetemi: “preferisce un Darjeeling o un Assam più forte, o magari un delicato tè verde?”. Che bello sentirsi raccontare la storia del re dei cocktail, dal barman con la camicia ben stirata e le scarpe lucide, mentre mi prepara il cocktail Martini! Né rivisitato, né rifatto, né ricreato, né ripensato; lo vorrei semplicemente classico: very dry, gelato, mescolato, scorza di limone passata sul bordo della classica coppetta ghiacciata, l’oliva scelta con cura. 6 o 7 cl e non uno di più, perché un vero barman me lo fa bene, e non me ne dà una dose doppia, che dopo due sorsi è già caldo.
Nell’albergo che vorrei, quando mi siedo a tavola ci sarà un piatto normale, rotondo, bianco, semplice, come si usava una volta. Quelli quadrati e a piramide e a forma di cigno nero li lascio volentieri ai locali di tendenza, oppure ai rifugi, sembra che vadano di gran moda. Vorrei che, mentre mi sto servendo le uova strapazzate al buffet delle colazioni, la cuoca mi dicesse “gliele faccio fresche, con piacere”, come mi è successo al Principe di Savoia di Milano. E mi piacerebbe avere una forchetta d’acciaio con le uova, le posate d’argento lasciano un gusto metallico in bocca. Nell’albergo che vorrei, sarebbe bello poter assistere alle riunioni serali del maître d’hotel con i suoi ragazzi; imparerei di psicologia, di umanesimo, di vendita, di disciplina. Mi piacerebbe che il piatto mi fosse presentato con consapevolezza, che quel pizzico di sale rosa dell’Himalaya dal gusto inconfondibile, ma trasportato in pesanti sacchi sulla schiena da giovani e donne, per poi fare migliaia di chilometri prima di arrivare qui, non mi fosse servito. Vorrei che non mi dicessero bugie sui chilometri zero e vorrei non passare per maleducato se mangio solo due piatti invece del menù completo.
Nell’albergo che vorrei mi piacerebbe vedere più donne in sala e in bar e vorrei più uomini a fare i letti, a passare l’aspirapolvere, a pulire i vetri. Già, perché fare le stanze è un lavoro estremamente faticoso!
Nell’albergo che vorrei mi piacerebbe che gli ospiti fossero rispettosi, che non giudicassero senza sapere e senza conoscere, vorrei fossero consapevoli che i collaboratori di un albergo lavorano molto, che è un lavoro duro, difficile, pesante a volte. E che sapessero che sorridere quando ti è appena mancata la nonna è uno stress psicologico e che capita anche a loro. Nell’albergo che vorrei sarebbe bello salutarsi tutti quando ci si incontra sulle scale e vorrei sempre poter dare uno sguardo alla cucina per ringraziare i cuochi. Vorrei stare in un albergo con una sala da pranzo senza connessione wi-fi. E vorrei che non mi si dicesse più “non c’è problema” alla più banale delle mie richieste, ma: “con piacere!”. Ci sia di lezione l’ospitalità di Cracco nel suo nuovo ristorante a Milano.
Nell’albergo che vorrei mi piacerebbe parlare con il ragazzo pachistano laureato in geopolitica che lava i piatti e non mi dispiacerebbe, se il cameriere appena uscito dalla scuola alberghiera potesse passare un po’ di tempo con me. Vorrei capire se gli piace, se gli pesa, se la mensa è accogliente, mi piacerebbe dirgli che: “forza e coraggio, dai che facciamo il lavoro più bello del mondo!”
Vi chiederete: dato che noi prima ancora di avere alberghi facciamo gli albergatori, perché non li mettiamo in pratica, questi desideri? Beh, qualcosa facciamo, su alcune cose ci stiamo lavorando e altre, chissà se riusciremo a farle prima o poi. Nell’albergo che vorrei infatti, mi piacerebbe che le idee e i buoni propositi non mancassero mai.

michil costa
 
 
 
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