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Elide Venerdì, 1 Settembre 2017

Dieci anni di una concretissima utopia

Il 19 settembre 2007 nasce la nostra fondazione: il diritto alla vita, alla libertà di espressione e di pensiero, il diritto alla non-violenza, il diritto all’educazione, il diritto ad avere un genitore, i diritti dei minori sono i presupposti sui quali abbiamo sempre lavorato. E continueremo a farlo
Dieci anni di una concretissima utopia
 
 
 
Preferiamo progetti piccoli ma veri, perché attraverso la pratica delle piccole cose si possono guardare negli occhi i beneficiari, si possono stringere per mano, abbracciare, accogliere in una trasmissione di forza e fiducia reciproche
Il bambino, la donna, Madre Terra. Il diritto alla vita, alla libertà di espressione e di pensiero. Il diritto alla non-violenza, il diritto all’educazione, il diritto ad avere un genitore. I diritti dei minori. Sono questi i temi a cui la Costa Family Foundation lavora sin dalla nascita, avvenuta il 19 settembre 2007. Sono passati dieci anni e sembra ieri, e a voltarsi indietro è un po’ come guardare crescere i propri figli: ad un tratto eccoli diventati grandi, autonomi, con idee e prospettive personali e c’è questo sentimento misto tra gioia e malinconia, ma soprattutto di felicità per le cose fatte e quelle ancora da fare. Mia mamma una volta mi ha detto: “Mettere al mondo dei figli è una grande responsabilità, è affascinante, chissà che non sia proprio l’azione di quella singola persona, tuo figlio, a poter cambiare il mondo un giorno.”  Con la fondazione ci proviamo ogni giorno, a cambiarlo almeno un po’. In questi dieci anni non abbiamo mai abbandonato la volontà e il desiderio di Michil di fare qualcosa di concreto e di farlo bene. Ricordo come fosse ieri quando ci spiegava il concetto di interdipendenza, in cui tutto è connesso, solo più o meno distante ma mai diviso. E citava un verso di John Donne: “Nessun uomo è un’isola”. Niente di più vero. Due settimane fa in India, nel Tibetan Children’s Village di Suja, il direttore mi spiegava proprio questo, la visione buddista dell’interdipendenza e l’assenza dell’io come elemento autonomo. Mentre parlava si sarà meravigliato del mio sorriso; stavo pensando a Michil, ai suoi grandi insegnamenti, come una bambina che ricorda le parole del padre. E poi arrivati alla comunità di Jahmtse Gatsal, nella remota regione dell’Arunachal Pradesh, c’erano gli ottantacinque bambini tutti quanti in fila a salutarci uno per uno: che emozione incredibile. Ho pensato a Joe, a come mi ha insegnato ad accogliere la persona, lontana da giudizi e pregiudizi, come può fare una madre con i propri figli.
La fondazione ha molte madri, molti padri e tanti figli, tutti in relazione, da Corvara all’India, dall’Africa all’Afghanistan. In questi dieci anni ha regalato sorrisi e concretezza, come se ogni singolo progetto, obiettivo, fosse legato a doppio filo alla capacità di sognare. E la materia dei nostri sogni è fatta di sincerità, trasparenza, solidarietà e un’inguaribile fiducia nel futuro. Abbiamo camminato e dunque sognato parecchio: siamo andati avanti, ci siamo evoluti, siamo cresciuti, questo sì. Siamo cresciuti dentro e fuori di noi, con la consapevolezza che le verità sono molte e che ognuna di esse ha il diritto di essere ascoltata e presa in considerazione. Preferendo progetti piccoli, ma veri, perché attraverso la pratica delle piccole cose si possono guardare negli occhi i beneficiari, si possono stringere per mano, abbracciare, accogliere in una trasmissione di forza e fiducia reciproche. Perché a volte da un’idea apparentemente piccola, nascono le grandi cose e perché il potenziale maggiore non si trova sempre nella grandezza fisica ma nelle anime grandi, in un lavoro continuo alla ricerca di un’autentica consapevolezza.  Dieci anni insieme: tanti amici, tanti piccoli grandi passi, che non cambieranno il mondo forse, ma ne accrescono il bene, questo sì. Dieci anni, oltre 700.000 euro di donazioni e nuove prospettive. La raccolta di zafferano in Afghanistan tutta al femminile, “un esercito di amore e compassione” in India, il lavoro contro la stigmatizzazione delle persone affette da HIV in Uganda, suor Patrizia in Togo e il progetto delle sacche di sangue salvavita… C’è ancora tanto da fare e non vedo l’ora! E allora andiamo e facciamo del bene. Ad multos annos!

Elide
 
 
 
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