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Argomenti:     Natura & Ambiente (33)    Riguardo & Diritti (14)  
Tags:    Col Alto     Dolomiti     Natura     Turismo
 
Michil Lunedì, 1 Ottobre 2012

Devi pensare come una montagna

Mia madre è stata violentata. Ultima domenica di settembre: Salgo per il bel sentiero nel bosco, quello più esposto, all’estremo lato nord del Col Alto. Tre quarti d’ora immerso nella natura. Le radici dei maestosi abeti sono come le vene di un gigante calpestate dagli escursionisti. Sono stati loro, i bruti, a violare mia Madre. Uscito dal bosco, la vista si apre verso il Sassongher, scuro in volto. Loro l'hanno ferita, ma il monte nero, bagnato e livido di rabbia, li ha visti, mentre la offendevano gettando a terra fazzolettini e carta stagnola, lattine di Fanta e la gamba di una bambola. Operose formiche rimettono in sesto la loro dimora presa a calci. Mi discosto dal sentiero, disgustato, ma lo scempio continua: dietro un tronco un pannolino, le amanite falloidi sono state sradicate dal terreno, colpite a tradimento le hanno decapitate; poi sono fuggiti, i vigliacchi. Questo è il loro modo di accostarsi alla montagna.
Devi pensare come una montagna
 
 
 
Un amico qualche giorno fa mi ha detto: “Devi pensare come una montagna”.
Salire sul Col Alto, lontano dalle grida di genitori apprensivi e dagli scimuniti a caccia di forme di vita da annientare, per me è una gioia. È passata la stagione dei turisti, non ci saranno più telefoni che squillano e conversazioni tra intelletti avviliti, respiri affannosi che hanno perduto il senso della dolcezza, dell'intimità con il pianeta terra. Con mia Madre.
Un amico qualche giorno fa mi ha detto: “Devi pensare come una montagna”. È una frase di Aldo Leopold, fondatore dell'ambientalismo scientifico. Significa rallentare, dare ritmo al tempo, rivalutare l'immobilità, viceversa derisa dai maître à penser contemporanei che ci hanno spinto ben oltre il limite della sopportazione di quei funghi, di quel larice secolare, di quella montagna, di nostra Madre.
Colpa dei turisti? No, certamente. Se non ci fosse quella cabinovia, non ci sarebbe nemmeno quel sentiero. E se non ci fosse il sentiero, non sarei salito sul Col Alto, perché nessun turista, nessun forestiero, nessuno straniero avrebbe insegnato a scalare le montagne a mio nonno. E mio nonno a mio padre. E mio padre a me. Le montagne vanno accarezzate, con l’unico scopo di arrivare in cima e poi ridiscendere, senza conquista, senza violenza. Senza offendere mia Madre.
Ai turisti rispettosi dobbiamo tanto. Grazie a loro ci siamo arricchiti, non solo economicamente. Anche questa volta raccoglieremo i rifiuti abbandonati dai pochi insensibili, gusci e involucri che hanno bisogno di essere riempiti: di cuore, di umanità. Senza arrabbiarci, sorridendo della loro stupidità.
Le nostre valli sono stupende. A tratti orrendamente antropizzate: le abbiamo volute noi così. Non facciamoci però intrappolare nelle viscere dell’emotività, ma stiamo sul filo dell’esposizione logica: La sfida più grande è il dialogo tra di noi fortunati abitanti di questi luoghi. Senza i turisti oggi forse non saremmo qui, ma abbiamo anche i turisti che ci meritiamo. E il nostro compito è di prenderli per mano, educarli al rispetto della nostra cultura, renderli coscienti delle loro responsabilità, far loro capire che ogni uomo ha il suo passo, farli pensare “come una montagna”. Ringraziandoli della loro visita ma accompagnandoli verso un turismo delicato: non contro gli impianti di risalita, ma per la loro valorizzazione; non contro le auto e le moto, ma contro l’infatuazione di auto e moto che sfrecciano sui passi dolomitici. E anche noi, soprattutto noi, dovremmo scendere dalla funivia dello sviluppismo, della crescita distruttiva cercando di ritrovare armonia ed equilibrio, dandoci delle priorità, capendo su cosa investire ed a cosa rinunciare. Lo scambio culturale con i turisti ci porta a pensare meglio le nuove costruzioni, integrandole nel paesaggio, dolcemente; ci farà rendere il nostro paese più vivibile pensando a una mobilità con meno rumore e meno inquinamento.
Dobbiamo cercare la Verità. Perché la Verità è sempre in armonia con se stessa. E armonia significa provare a parlare a tutti gli umani della Comunità Terra, dando alla Natura i suoi Diritti. Nel nome del gallo cedrone, dell'amanita falloide, di quel monte nero. Nel nome di colei alla quale dobbiamo tutto: nel nome di nostra Madre.
 
 
 
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